La musicoterapia presenta complessi problemi di definizione che derivano in parte dalla sua natura interdisciplinare e in parte dalla crescita di applicazioni che si è registrata negli ultimi decenni nei più vari ambiti terapeutici. Sull’argomento un testo di riferimento rimane l’opera “Definire la Musicoterapia” di Kenneth E. Bruscia, uno dei più importanti musicoterapeuti statunitensi, edita in Italia nel 1993 da ISMEZ nella collana Gli Archetti, ma si può dire che in ognuno degli innumerevoli testi pubblicati sulla disciplina si trovano più o meno espliciti riferimenti a una specie di tormento epistemologico che presumibilmente caratterizzerà per molti anni ancora la storia della musicoterapia; non a caso nei paesi musicalmente più evoluti si inizia a parlare di “musicoterapie” facendo fatica il tradizionale musicoterapia a contenere tutta la varietà di esperienze riferibili alla materia.
Nata, nella moderna accezione, nella seconda metà del secolo scorso come supporto a processi psicoterapici, la musicoterapia viene rapidamente e con successo adottata nel trattamento di varie disabilità. A partire dagli anni ottanta viene impiegata, soprattutto nei paesi anglosassoni, nell’ambito delle cure palliative del dolore. Viene altresì usata in ambito educativo per la prevenzione del disagio giovanile ed infine ha un ruolo di primo piano in quel fenomeno di forte rilevanza sociale che ruota attorno al concetto di “qualità della vita” o “benessere”. Una ponderosa letteratura riferita a sperimentazioni cliniche attribuisce al linguaggio musicale, uno dei primari “metalinguaggi” o “linguaggi non verbali”, un ruolo strategico quale “mediatore analogico” in quei processi educativi, rieducativi, e terapeutici nei quali il solo linguaggio verbale è insufficiente o impraticabile; colloca altresì l’educazione alla pratica musicale in un ruolo formativo della personalità ben al di sopra di quanto gli ordinamenti scolastici attuali prevedono e, infine, fa indovinare sorprendenti risvolti riguardo all’aspetto vibrazionale dell’evento musicale stesso. Se il dibattito epistemologico in corso è acceso riguardo alle applicazioni, lo è ancora di più in materia di formazione. In tale ambito infatti, la complessità della disciplina sotto il profilo scientifico ed artistico si confonde sottilmente con i delicati equilibri di potere, tutti da costruire, con le altre figure professionali che storicamente si occupano di terapia e di formazione alla terapia, medici, psicoterapeuti ecc. Non meno laborioso, infine, sarà convincere i sostenitori dei grandi “metodi” affermatisi in questi ultimi anni che la moltitudine di strade percorse da tanti musicoterapeuti in maniera indipendente per non dire solitaria sono la vera “ricchezza” di questo fenomeno. La Commissione Pratica Clinica della Federazione Mondiale di Musicoterapia (World Federation of Music Therapy), pur lasciando irrisolti cruciali interrogativi, ha maturato la seguente definizione: “La Musicoterapia è l’uso della musica e/o dei suoi elementi (suono, ritmo, melodia e armonia) per opera di un musicoterapista qualificato, in rapporto individuale o di gruppo, all’interno di un processo definito per facilitare e promuovere la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la mobilizzazione, l’espressione, l’organizzazione ed altri obiettivi terapeutici degni di rilievo nella prospettiva di assolvere i bisogni fisici, emotivi, mentali, sociali e cognitivi. La musicoterapia si pone come scopi di sviluppare potenziali e/o riabilitare funzioni dell’individuo, in modo che egli possa ottenere una migliore integrazione sul piano interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità della vita attraverso la prevenzione, la riabilitazione o la terapia“.